Sotto le stelle di agosto: all’arena del D’Azeglio anteprime, film in originale e…Marilyn
Anteprime, prime visioni (una in arrivo direttamente dal Festival di Cannes), film in lingua originale, pellicole restaurate: e un omaggio seducente e grato alla più diva di tutte, Marilyn Monroe, nel centenario della sua nascita. È questo in estrema sintesi l'agosto ruggente dell'arena del D'Azeglio che, sotto un cielo stellato, mette in campo molto cinema inedito insieme ad alcune chicche da riscoprire su grande schermo.
Le anteprime
Sono tre e si aggiungono alle sei dell'arena dell'Astra (ne parleremo più diffusamente nei prossimi giorni): il cinema che verrà arriva in Oltretorrente grazie a «Palestina 36» (sabato 8), che racconta, con un chiaro sguardo all'oggi, come i villaggi palestinesi si ribellarono contro il dominio coloniale britannico, «Un mondo meraviglioso» (il 12), storia di una donna che quando perde la custodia di sua figlia deve farsi aiutare da un robot e «Spezie e bugie» (il 22), commedia degli equivoci etnica-gastronomica, tra sapori e sentimenti.
Le prime visioni
Il pezzo forte è «Sheep in the box», il film del maestro giapponese Kore-eda in concorso a Cannes, vero e proprio anticipo della stagione 2026-2027: la storia di una famiglia che, perso il figlio di 7 anni, lo sostituisce con un automa del tutto identico. In arena dal 28 al 31 in versione originale sottotitolata.
Ma ci sono anche «Agent of happiness», sabato, un ironico documentario che si chiede se si può (come hanno fatto in Bhutan) misurare la felicità, «Hen» (il 6), dove la vita è vista dal punto di vista di una gallina, «Chopin» (il 9), biopic sul grande musicista che si scopre malato e «Grand ciel» (il 19), gran bell'esordio di Akihiro Hata che ci porta sul cantiere di un quartiere futuristico dove gli operai cominciano misteriosamente a sparire...
Marilyn 100
Un compleanno speciale: per festeggiare il centenario della diva delle dive, Marilyn Monroe, il D'Azeglio propone tre dei suoi film più famosi: «A qualcuno piace caldo» - tra le commedie più belle di sempre -, «Quando la moglie è in vacanza» e «Gli uomini preferiscono le bionde» (il 10,20 e 27). Tutti i film saranno in lingua originale sottotitolati in italiano: una grande occasione per sentire la vera voce di Marilyn su grande schermo.
The original ones
E che il D'Azeglio sia amico dei film in versione originale non è certo un segreto: da lunedì 3 agosto prosegue la rassegna che fa parlare il cinema senza bisogno di doppiatori. Si comincia con «La cronologia dell'acqua», debutto nella regia dell'attrice Kristen Stewart dal libro autobiografico di Lidia Yuknavitch: un film da recuperare. Gli appuntamenti seguenti sono altrettanto di qualità: da «L'ultima missione» (l'11), al film dell'Oscar «Una battaglia dopo l'altra», da «La mattina scrivo» (il 21) a «Norimberga» (il 25), per finire con il sequel de «Il diavolo veste Prada» (il primo settembre).
Il cinema restaurato
Grandi film del passato rimessi a nuovo e riproposti. Ad agosto saranno tre: «Porco rosso» (il 7), uno dei capolavori del mago giapponese dell'animazione Hayao Miyazaki, «Sapore di mare» (il 17), la commedia dolce-amara di Carlo Vanzina ambientata sulla spiaggia di Forte dei Marmi nel '64 e «Non essere cattivo», l'ultimo film, vero e proprio cult, di un autore maledetto come Claudio Caligari, che lanciò Borghi e Marinelli.
Altre visioni
Il 4 agosto si conclude la rassegna - dedicata alle opere prime e organizzata in collaborazione con Accadde domani e Cinematocco, «Un gioco da ragazzi»: il film di chiusura è l'ambizioso e visionario «Orfeo», ispirato al «Poema a fumetti» di Dino Buzzati, di Virgilio Villoresi. A presentare il film e a interagire con il pubblico sarà l'attore protagonista Luca Vergoni. Infine domenica verrà proiettato «Tuner», applaudita opera prima di Daniel Roher, mentre il 23 tocca all'edizione ampliata (16 minuti in più) e rieditata dell'horror-caso di quest'anno: «Backrooms».
Tutti i film inizieranno alle 21: per quelli italiani ed europei il prezzo del biglietto sarà di soli 3,50 euro.
Disclosure Day: Spielberg, il diritto alla verità e l’empatia che ci salverà dall’estinzione
C'è una grande lezione nel nuovo film di Steven Spielberg, qualcosa di molto contemporaneo, di stringente e necessario: la metafora, sempre attualissima, del diverso, l'alieno come l'«altro» che non riusciamo a comprendere, ad accettare. E c'è il cinema, tanto cinema: come veicolo di un messaggio positivo, nonostante tutto (e nonostante il mondo...) ottimista, capace di fare breccia nelle coscienze, in grado, forse, addirittura, di cambiare le cose. Perché sì, «la gente deve sapere la verità».
Sull'orlo dell'abisso, nell'ora più buia, il padre del cinema americano moderno gira un gran film sul sacrosanto diritto alla conoscenza, senza nascondere le conseguenze dirompenti di quella «pretesa», portando la sua «fede» (il bisogno di credere e di essere creduti) in un altrove che è qui e ora, là dove i corpi senza vita degli extraterrestri contenuti in vecchi files secretati assomigliano ai cadaveri, soli e abbandonati, di tutte le guerre.
Partito a razzo, subito dentro l'azione, senza tanti inutili «spiegoni», «Disclosure Day» (Il giorno della rivelazione) è un fanta thriller politico e pacifista che conosce l'innocenza dello sguardo dei cervi: e ci si immerge, inseguendo la pietà e il dubbio. Sentimenti che condividono anche Daniel, un esperto di cyber sicurezza che ruba dall'agenzia per cui lavora le prove dell'esistenza degli alieni e Margaret, annunciatrice delle previsioni meteo che improvvisamente si comporta in modo strano; hanno qualcosa in comune, qualcosa che li lega e li chiama: dovranno trovarsi. E scappare da chi li vuole morti...
Mago di un intrattenimento colto, di un cinema dove il dono è anche maledizione (quella ad esempio di non essere preso sufficientemente sul serio, nonostante sia un gigante assoluto), Spielberg, 80 anni a dicembre, mette molto di sé in un film che è un po' tutti: dalla caccia all'alieno di «E.T.» al desiderio di conoscenza di «Incontri ravvicinati del terzo tipo», dalla distopia di «Minority Report», all'inseguimento di «Sugarland Express», dalla fame e dalla necessità di verità più forte del potere costituito di «The Post» al senso di umanità di «Schlinder's List» e «Amistad», fino ai treni (visti spesso nella saga di «Indiana Jones») da cui (vedi «The Fabelmans») tutto ebbe inizio.
E nel flusso, l'autore di «Salvate il soldato Ryan», che qui si affida ai lanciatissimi Josh O'Connor ed Emily Blunt (con loro la figlia di Bono Vox Eve Hewson, Colman Domingo e il «cattivo» Colin Firth), lavora sempre benissimo su un doppio binario (da una parte lo spettacolo puro, l'efficacia del genere, dall'altra la densità della riflessione), celebrando, nell'invito ultimo all'ascolto, il trionfo dell'empatia, «il nucleo dell'esistenza». Un vantaggio evolutivo che non va assolutamente rinnegato: non comprenderne la fondamentale importanza significa condannarsi all'estinzione.
Il silenzio degli altri: le parole (e i segni) per dirlo
La recensione de “Il silenzio degli altri”
Le parole per dirlo. Ma anche i segni, i gesti, le espressioni. E le immagini, ovviamente, le inquadrature, quella macchina da presa sempre, a volte anche impercettibilmente, in movimento, mai del tutto ferma, mai del tutto serena.
È uno scontro tra mondi che non si capiscono, che non si intendono, che parlano, fatalmente, lingue diverse, ma anche un film coraggioso sulla maternità, sulla libertà individuale, su una «parità» e un'uguaglianza di fatto e non da pubblicità progresso, «Il silenzio degli altri», intenso debutto della spagnola Eva Libertad che ha ampliato un suo cortometraggio, ispirandosi alla vera storia di sua sorella (Miriam Garlo, protagonista della pellicola, bravissima), non udente dall'età di sette anni.
Ne viene fuori un film molto quotidiano, intimo, personale che affronta - per infrangercisi contro ma poi superarla - ogni tipo di barriera: linguistica, sentimentale, relazionale: là dove la disabilità è, per colpa del mondo, un muro che separa e aliena, divide e ghettizza e il linguaggio dei segni diventa coreografia, geometria celeste e muta di mondi misteriosi e possibili.
Ángela e Hector aspettano una bambina: lei sorda e lui no, vivono felici tra routine, lavoro, serate con gli amici. La nascita però della piccola Ona manda in crisi la coppia: anche perché la donna fatica a entrare in sintonia con la piccola, udente come il padre.
In una società dove mai come questa volta gli altri sono un Paese straniero, la Libertad osserva senza pietismi la crisi interiore di una donna che non accetta di sentirsi figlia di un dio minore. Presentato alla Berlinale nella sezione Panorama, dove ha vinto il Premio del pubblico, ottenendo poi tre Premi Goya, gli Oscar iberici (per la regista debuttante, l'attrice esordiente - a Miriam Garlo, prima attrice non udente a vincere un Goya - e l'attore non protagonista, Álvaro Cervantes), il film comunica in modo molto efficace il sentimento di esclusione, il sentirsi inutile, sostituita, messa da parte, che prova sulla propria pelle la protagonista, facendo sì che il suo disagio sia anche il nostro, che la sua solitudine finisca per appartenerci.
Un'adesione al personaggio che nell'ultima parte della pellicola diventa ancora più esplicita, «feroce»: quando, spegnendo l'audio, la regista ci (e si) costringe a guardare e «sentire» la vita come Ángela, in un'angosciante soggettiva senza sonoro che, grande lezione di umanità e partecipazione, ci obbliga finalmente tutti a metterci nei panni che non vogliamo mai indossare: quelli degli altri.
Le Yellow letters del regime e il palcoscenico della vita
“Yellow letters”: se il teatro prova a salvare il mondo
C'è una regola non scritta: i turchi (e i greci) sempre. Vale nei festival, ma anche in sala: se esce un film turco, è bene vederlo. Novantanove su cento non è mai una sòla. Anche se il regista è per nascita e passaporto tedesco e nel ruolo di Ankara e Istanbul ci sono rispettivamente (con un'idea forte e per nulla scontata che vale anche come schiaffo a un potere che censura e zittisce chiunque abbia l'ardire di criticarlo) Berlino e Amburgo... Girato in Germania perché in Turchia non sarebbe stato possibile (vero, Erdogan?), «Yellow letters» è il frutto maturo di un cinema in esilio anche quando in patria, politico e insieme privato, resistente e appassionato, che osserva e testimonia, in modo non manicheo, riflessi ed effetti - diretti e collaterali - dell'oppressione del regime nella vita di artisti e intellettuali.
Due come Aziz e Derya: lui commediografo e docente universitario, lei attrice teatrale acclamata e impegnata: un giorno però ricevano una lettera gialla. E' l'autorità che bussa alla loro porta: licenziati in tronco e messi da parte, devono, insieme alla figlia adolescente, cambiare città e vita. Ma «tirare avanti, non può essere un sogno, non dovrebbe esserlo...».
Ideali e compromessi, vocazione e sopravvivenza, etica e pragmatismo: amaro e consapevole, il film del 42enne Ilker Çatak, turco di Germania che ha già all'attivo il notevolissimo «La sala professori», fa esplodere il pubblico nella sfera più intima, portando con grande lucidità la denuncia (il regime di Erdogan ha perseguitato - e chiamato in giudizio - migliaia di intellettuali) tra le quattro mura di una spesso complessa quotidianità. L'Islam, maschile/femminile, la nonna che dorme sul divano in casa propria: scritto molto bene, teatrale senza esserlo mai, «Yellow letters», Orso d'oro a Berlino, si muove con grande intensità e disinvoltura - tra verdi acidi e archi e fiati che aumentano la tensione e avvelenano l'aria - negli spazi chiusi, fino a farne, grazie a macchina a mano, montaggio serrato e movimenti fluidi, il palcoscenico del mondo.
Çatak guarda (da lontano) a «Le vite degli altri» e, complici ottimi interpreti, lavora di cesello sulle ambiguità morali dei suoi protagonisti, abbracciandone il destino ma senza negarne contraddizioni, snodi irrisolti, umane debolezze. Nella speranza che Aziz, mentre le nuvole viaggiano, non smetta di credere che il teatro possa salvare il mondo.
Amarga Navidad, Almodovar tra autofiction e autocritica
La recensione di Filiberto Molossi di “Amarga Navidad”
C'è una cosa molta bella nell'ultimo film di Pedro Almodovar, ma molto davvero: quando il suo alter ego nel film, un regista in cerca di ispirazione, viene travolto verbalmente dalla sua storica assistente che gli urla addosso tutti i difetti non solo della pellicola che vuole girare ma anche, in fondo, di quella che stiamo guardando noi. È l'ammissione per interposta persona della perdita della grazia, un colpo di coda da maestro, la confessione di chi è disposto a mettersi a nudo in un momento - là dove come dice la canzone «le cose semplici vengono divorate dal tempo» - di autocritica geniale e insieme tenerissima. La dichiarazione della propria fragilità e insicurezza: qualcosa che non può non farci empatizzare con il film di un autore che amiamo molto, ma che d'altra parte, avventurandosi dopo «Dolor y gloria» nuovamennte sul terreno minato dell'autofiction, questa volta ci risulta più freddo, più distante.
Un regista, dopo anni di silenzio, sta scrivendo il suo nuovo film che parla di una regista, da tempo inattiva, che sta scrivendo il suo nuovo film...Quando il metacinema incontra l'almodrama: ben consapevole che «la realtà finisce sempre per immischiarsi», il grande regista spagnolo con «Amarga Navidad» (letteralmente: Natale amaro) sovrappone i piani in un gioco di specchi (e di scatole cinesi) dove gli attacchi di panico vanno a braccetto con la nostalgia del passato, le crisi esistenziali con le citazioni («L'occhio che uccide>) colte, i colori pastello con il lutto infinito per la morte della madre.
Il film, un po' troppo autoriferito, onestamente fatica ad emozionare, ma Almodovar lo fa crescere quando, con disarmante sincerità, riflette sul vampirismo del cinema (che succhia la vita altrui) chiedendosi quali siano i limiti (e dove finisca la libertà) dell'artista. Finendo per domandarsi con ironia se essere un autore di culto non significhi veramente fare parte di una setta. Quella di chi «fa un flop che non è piaciuto a nessuno, ma in seguito pochissimi adorano».